Alcune delle mozioni e dei documenti discussi ed
approvati in Convegni e Congressi della Federazione Anarchica Italiana
Mozione del Convegno FAI del 2-3 giugno 2012 a Reggio Emilia
Della lotta armata e di alcuni imbecilli
Nel nostro paese la situazione politica e sociale mostra chiari segni
di un'involuzione autoritaria su scala globale. Il dispiegarsi di
politiche disciplinari in risposta alle questioni sociali è
segno che il tempo dei compromessi, delle socialdemocrazie sta
tramontando. Potremmo dover fare i conti con il rischio che si
impongano regimi decisamente autoritari. La criminalizzazione dei
movimenti sociali e degli anarchici, prepara il terreno e nuovi
dispositivi repressivi: nuove leggi, nuovi procedimenti penali, una
sempre più forte torsione delle normative vigenti, un sempre
maggior controllo militare del territorio.
L'immediata gestione mediatica del mostruoso attentato di Brindisi la
dice lunga su quali sono le intenzioni dell'oligarchia al potere. Un
atto vile, di terrorismo indiscriminato, contro delle giovani donne,
antisociale e criminale, viene tranquillamente assimilato ad episodi di
lotta armata, magari con origini greche o con contorno mafioso, con
l'obiettivo palese della realizzazione dell'unità di tutti gli
schieramenti in difesa dello Stato, un'unità che abbiamo visto
all'opera negli anni della solidarietà nazionale, delle leggi
speciali, dell'arretramento sociale e culturale del paese.
Anche il ferimento dell'AD di Ansaldo nucleare e la rivendicazione
inviata al Corsera dal nucleo "Olga" della FAInformale dimostrano come
azione e comunicazione si intreccino e si confondano in un gioco di
specchi infinito e deformante. Occorre osservare con attenzione per
coglierne l'intima trama.
I media, gli stessi che minimizzano da sempre la ferocia della guerra
che l'esercito italiano combatte in Afganistan, hanno sparato a zero
contro il movimento anarchico, quel movimento che non si sottrae alle
lotte sociali, che è in prima fila nei movimenti per la difesa
ambientale, contro la guerra e il militarismo, contro le leggi razziste
e le politiche securitarie nel nostro paese.
Giornali, radio e televisioni, che nell'immediato non avevano alzato i toni, si scatenano dopo la rivendicazione.
Nelle crisi sono sempre ricercati dei capri espiatori, su cui
indirizzare l'attenzione della cosiddetta pubblica opinione. Come sono
riusciti negli anni '80 a svuotare di segno e di contenuto la ricchezza
dei movimenti del decennio precedente, rovesciandogli addosso, a tutti
ed indistintamente, la responsabilità del lottarmatismo, facendo
di ogni erba un fascio, comminando carcere a pioggia, provocando
divisioni e contrapposizioni, così oggi c'è chi intende
rispolverare i vecchi arnesi della criminalizzazione preventiva.
D'altronde la situazione per governi e padroni non è facile:
devono far digerire misure sempre più indigeste e in loro cresce
la paura di una ribellione sociale.
Il ferimento di Adinolfi è stato colto al volo per rilanciare,
dopo le varie informative dei servizi segreti sul pericolo
"anarco-insurrezionalista", l'incombenza della minaccia terroristica di
matrice anarchica, collegandolo al malcontento sociale crescente, al
movimento NoTav e, in generale, contro ogni forma di opposizione
sociale.
Se l'operazione in corso è questa, è evidente che bisogna aspettarsi sempre nuove operazioni repressive.
In una situazione dove l'aggressione alla qualità della vita
della popolazione si sta intensificando, soprattutto nel settore del
lavoro dipendente, del precariato, del piccolo artigianato e commercio,
e dove ci sarebbe bisogno di tutta la partecipazione, di tutta
l'intelligenza e della capacità collettiva per organizzare
risposte incisive, promuovere lotte, sviluppare iniziative di
solidarietà sociale, dare ossigeno alle forme autogestionarie di
risposta concreta alla crisi, appare inevitabile doversi misurare con
chi pensa che un gruppo, un'organizzazione, dura, combattente,
clandestina, possa ottenere risultati efficaci, con chi pensa di avere
la risposta in tasca. Come il gruppo che ha firmato l'attentato al
dirigente di Ansaldo Nucleare rivendicando la sua appartenenza alla
federazione anarchica informale. Soprattutto se l'enfasi mediatica con
il quale vengono riportate queste azioni è funzionale al
coinvolgimento di tutto il movimento anarchico in un processo di
criminalizzazione generale, che ha investito pesantemente anche la
Federazione Anarchica Italiana.
Non per caso il testo del nucleo "Olga" viene pubblicato integralmente
dal Corriere della sera, che decide in tal modo di fare da megafono
alla FAInformale. Viene da chiedersi il perché. La risposta non
è difficile.
Il comunicato, dopo le prime righe sulla questione nucleare, è
dedicato alla propaganda: buona parte del documento è un attacco
violentissimo al movimento anarchico nelle sue tante componenti.
Tutti i quotidiani, i GR e i telegiornali dedicano ampio spazio ad un
testo in cui si sostiene che gran parte del movimento anarchico fa
proprio un anarchismo "ideologico e cinico, svuotato da ogni alito di
vita". Non solo. Secondo gli informali gli anarchici impegnati nelle
lotte sociali "lavorerebbero per il rafforzamento della democrazia".
Ossia per il mantenimento dell'ordine gerarchico.
Chi legge ha l'impressione che lo scopo reale dell'azione non fosse
tanto un monito ai signori dell'atomo, quanto l'ottenere l'audience
adatta a far sapere a tutti la propria opinione sul movimento anarchico.
L'azione degli anarchici è descritta come mera attività
ludica, "ascoltare musica alternativa" mentre il "nuovo anarchismo"
nasce dal gesto di "impugnare la pistola", dalla scelta della "lotta
armata".
Il mezzo annebbia a tal punto il fine che i supereroi da cartone
animato, che non amano "la retorica violentista ma con piacere" hanno
"armato" le proprie mani non si rendono conto che nel nostro paese il
nucleare è al momento uscito di scena, grazie alle lotte e ai
movimenti popolari.
Azioni dirette, senza delega, concrete e capaci di mostrare che
è possibile prendere in mano il proprio destino, lottare contro
i giganti dell'atomo e sconfiggerli, come a Scanzano Jonico e nei
blocchi dei trasporti nucleari tra l'Italia e la Francia, dove gli
anarchici erano in prima fila.
Ogni giorno gli anarchici partecipano alle lotte per difesa del
territorio e per l'autogoverno, contro i padroni per la realizzazione
di margini di autonomia dei lavoratori dalla schiavitù
salariata, contro la guerra e le produzioni militari, per una
società senza eserciti e frontiere, contro il razzismo, il
sessimo, la guerra ai poveri e alle donne.
Gli anarchici, che subiscono lo sfruttamento e l'oppressione come
tutti, a fianco di ogni altro sfruttato ed oppresso, si battono contro
lo stato e il capitalismo per creare le condizioni per abbatterli,
mirando a spezzare l'ordine materiale e, insieme, quello simbolico,
consapevoli che non basta distruggere ma occorre saper costruire.
Costruire senza timore che la casa venga abbattuta, sapendo che ogni
spazio liberato, anche per pochi momenti, diviene luogo di
sperimentazioni dove tanti assaporano il gusto di una libertà
che non è astrazione poetica ma concreta edificazione di un
ambito politico non statale.
Azioni che prefigurano sin da ora relazioni politiche e sociali di
segno diverso, che non si limitano al "sogno di un'umanità
libera dalla schiavitù" perché il percorso di
libertà non è un "sogno" ma la scommessa quotidiana
dentro le realtà sociali in cui siamo forzati a vivere e che
vogliamo contribuire a cambiare. Non da soli. Mai da soli,
perché l'umanità è fatta di persone in carne ed
ossa, perché agire in nome di un'astratta "umanità"
è tipico degli stati, delle religioni, persino del capitalismo
che promette senza mantenere benessere e felicità. Non degli
anarchici.
La pratica della libertà attraverso la libertà può essere contagiosa ma non si può certo imporre.
Gli estensori del comunicato rifuggono il "consenso" e cercano
"complicità". Se ne infischiano del fine e pensano solo al
mezzo, di fatto rinunciando ad ogni prospettiva di rivoluzione sociale
anarchica. Il loro linguaggio e la loro pratica sono un cocktail di
pratica avanguardista e retorica estetizzante.
Inevitabile che i media dessero loro ampio spazio, seguendo linee
interpretative a volte divaricate, altre volte intrecciate. La maggior
parte degli organi di informazione ha imbastito teoremi per mettere in
relazione le lotte sociali e la FAI informale, in un rapporto quasi
simbiotico.
Gli anarchici sono serrati in una morsa interpretativa: da un lato
descritti come "terroristi" o loro tifosi, dall'altro come burocrati
inoffensivi.
Una morsa che probabilmente sarà gradita a chi si compiace del
gesto, vi si appaga in un'estasi esistenziale in cui il bagliore di un
attimo compensa il grigiore di una quotidianità spesa nel
silenzio e nell'attesa di un'altra occasione per far salire
l'adrenalina. "Per quanto lieve sia questo bagliore – scrivono – la
qualità della vita ne sarà sempre arricchita". Tra un
pacco postale e una pallottola alle gambe potranno crogiolarsi nella
fama di carta che i media pagati da padroni e partiti vorranno regalare
loro.
Al di là dell'uso mediatico dell'attentato ad Adinolfi, resta il
dato politico del riproporsi di un avanguardismo armato, che oltre le
seduzioni semantiche, ricalca una parabola da partitino autoritario,
che culla l'illusione di potersi ergere a guida di quanti giudicano
intollerabile il mondo dove viviamo. Non a caso al processo per le
cosiddette "nuove BR", persone lontanissime dall'anarchismo hanno
manifestato entusiasmo per l'attentato di Genova. È l'apoteosi
del mezzo, che non si cura del fine. Una sorta di trasversalità
dell'agire colma l'apparente distanza dei progetti. In realtà
questa distanza si dissolve allorché questa pratica si sviluppa
in opposizione alle lotte sociali, inevitabilmente costrette in quello
che il nucleo "Olga" chiama "cittadinismo". Con questo termine bollano
le lotte popolari che in questi anni, con crescente radicalità
organizzativa hanno più volte messo in difficoltà i
governi che si sono succeduti, ledendo gli interessi delle grandi
imprese ed inaugurando pratiche di partecipazione certo non anarchiche
ma sicuramente lontane dalla triste abitudine alla delega in bianco
elettorale.
Fuori dalle lotte sociali cosa resta? Il partito, null'altro che il
partito. Non a caso i fautori della federazione informale si sono
dotati di una sigla-contenitore, riducendo il percorso di
affinità alla pratica di azioni violente. Prescindiamo dal fatto
banale – anche se grave - che in tal modo si offre una sponda ad
infinite operazioni repressive basate su reati associativi. Andiamo
oltre anche al rischio palese che un giorno o l'altro Stato o fascisti
possano usare la sigla per scopi propri, utilizzando la sponda loro
ingenuamente offerta.
Se l'esito è il partito, l'organizzazione che agisce dove altri
non agirebbero, l'organizzazione che si pone in lotta privata con lo
Stato e i padroni, allora quest'esito conduce direttamente fuori
dall'anarchismo.
L'anarchismo è altrove. L'anarchismo non si impone, ma si
propone. Ogni giorno, giorno dopo giorno, nell'auspicio che si fa agire
concreto perché gli sfruttati, se vogliono, possono creare le
condizioni per fare a meno di chi li sfrutta, perché gli
oppressi, se vogliono, possono lottare per liberarsi da chi li opprime.
È questione di pratica, di ginnastica della rivoluzione, di
sperimentazione del possibile e del desiderabile, di messa in gioco
quotidiana.
Nell'estasi superomista del gesto che appaga, scrivono con disprezzo
che per gli anarchici sociali "unica bussola è il codice
penale". Scrivono "costi quel che costi": gli anarchici il prezzo lo
pagano ogni giorno. Anche, ma non è né un vanto né
una lamentela, di fronte ai tribunali, che ci presentano il conto per
le lotte cui partecipiamo.
Gli autori del comunicato usano il termine "federazione" ma riducono il
federalismo alla relazione intangibile tra chi si riconosce nella
pistola che spara o nel pacco che deflagra, non certo nella
volontà di costruire un ambito di relazioni che si impegni a
coniugare libertà ed organizzazione.
I detrattori dell'anarchismo sostengono che è impossibile
coniugare libertà e organizzazione, anarchia e organizzazione,
poiché identificano l'organizzazione con la gerarchia, con lo
Stato, con l'imposizione violenta di un ordine sociale che limita la
libertà e trasforma l'uguaglianza in uno scheletro formale senza
base materiale.
I sostenitori della democrazia parlamentare ritengono che la
libertà vada limitata, perché, al di là della
retorica sul potere popolare, non vedono la libertà come il
segno distintivo di un'umanità che si emancipa dalla
sottomissione ad un qualsivoglia ordine gerarchico, ma come pericolo da
ingabbiare. Per i democratici l'unico modo di regolare i conflitti, la
giungla sociale, è nell'imposizione violenta di regole fissate
in base al principio di maggioranza.
Gli esponenti del nucleo Olga adottano la giungla sociale con cui gli
Stati giustificano la loro esistenza, come puntello ad un agire per il
gusto d'agire, un agire che rifugge con sdegno ogni riflessione
sull'etica della responsabilità, sulla necessità morale e
politica di costruire strade che tutti possano e vogliano percorrere.
Un agire che basta a se stesso, senza alcuna attenzione a coloro, senza
i quali, piaccia o non piaccia, si fa la guerra privata allo Stato, non
la rivoluzione. Nel loro scritto proclamano "il piacere di aver
realizzato pienamente e aver vissuto qui e oggi la ‘nostra'
rivoluzione". In questo modo la rivoluzione sociale si riduce ad una
pratica autoerotica in club privé.
L'anarchismo si è sempre basato sulla consapevolezza nello
scegliersi azioni ed obiettivi, e sulla responsabilità personale
nel perseguirle: esso rimanda sempre alla coscienza degli individui e
alla interpretazione del momento storico in cui essi vivono.
L'efficacia dell'azione diretta non viene espressa dal grado di
violenza in essa contenuta, quanto piuttosto dalla capacità di
indicare una strada praticabile da tutti, di costruire una forza
collettiva in grado di ridurre la violenza al minimo livello possibile
all'interno del processo di trasformazione rivoluzionaria.
La violenza se eretta a sistema rigenera lo Stato.
La scommessa degli anarchici organizzatori è quella di costruire
ambiti di relazione politica e sociale, che, con il loro stesso
esistere, prefigurino relazioni sociali libere, dove il legame
organizzativo amplifica la libertà del singolo. L'anarchismo
sociale non è permeato da alcuna pretesa che esista la formula
definitiva per la società anarchica, ma si interroga e
interrogandosi prova a praticare una relazione tra diversi che miri
alla sintesi possibile, nel rispetto delle differenze di ciascuno e
ciascuna. Siamo consapevoli che solo una società omologata e,
quindi, intrinsecamente autoritaria se non totalitaria, può
immaginare di espungere il conflitto dalle relazioni sociali: per
questa ragione consideriamo l'anarchia un orizzonte costantemente in
costruzione, dove la rivoluzione sociale che abolisce la
proprietà privata ed elimina il governo, è il primo passo
non l'ultimo di un percorso di sperimentazione sociale, che è
nostro sin da ora.
I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Italiana riuniti a convegno il 2 e 3 giugno 2012
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