"Noi vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per raggiungere il massimo benessere possibile, il massimo possibile sviluppo morale e materiale; noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza." (E. Malatesta)

Mozioni e documenti della Federazione Anarchica Italiana


Mozioni approvate al XXIV Congresso (Imola, 4-6 gennaio 2003)

F.A.I.
Federazione Anarchica Italiana XXIV Congresso
Mozione finale del dibattito su
"Analisi della situazione socio-politica dal locale al globale" [Prima parte]

Oggi la logica del dominio e del profitto vede lo scontro di tutti i poteri tra di loro, unificati solo dalla volontà di affamare, umiliare e massacrare le classi subalterne. Per il resto, i meccanismi ideologici di un tempo - lo stesso "neo"liberismo imperante per ogni dove - sono relativamente secondari di fronte allo scenario di uno scontro feroce per il predominio, dove gli obiettivi sono la sopravvivenza immediata e la distruzione del nemico a qualunque costo, fosse pure la distruzione, di lì a non molto, delle stesse possibilità di vita sul pianeta.

In questi ultimi anni abbiamo assistito all'affermarsi del paradigma della "Guerra Permanente". Enunciato dopo gli spettacolari attacchi contro il Pentagono e le Torri gemelle, si è perfezionato nel periodo successivo definendo uno schema che pone la guerra come elemento costante del panorama politico. Il pretesto della "guerra al terrorismo" è divenuto la chiave di volta di una politica guerrafondaia diretta ad affermare le ragioni del più forte in spregio persino delle flebili "regole" del diritto internazionale, portando a probabilmente definitivo compimento l'esautorazione di ogni residua funzione mediatrice dell'ONU. Gli stessi tentativi di alcune borghesie nazionali di garantirsi o costruirsi margini di autonomia, se segnala tensioni interne al blocco dominante, non può che rallentare, nella migliore delle ipotesi, la deriva che caratterizza questa fase.

La guerra permanente, preventiva, globale non è che l'ultima forma con la quale assicurare il dominio del più forte, affermando le "ragioni" di chi sfrutta, asserve, opprime la maggior parte della popolazione del pianeta. Queste "ragioni" si definiscono in base a poste in gioco ben evidenti per quanto misconosciute sul piano propagandistico. La principale è il controllo delle fonti energetiche (non solo petrolio, ma altresì acqua ed i minerali necessari per le tecnologie di controllo satellitare ad uso militare e civile) e delle vie di comunicazione attraverso le quali ne è garantito l'approvvigionamento. Lo strumento bellico impiegato nelle aree cruciali per gli interessi statunitensi garantisce agli USA il mantenimento di un primato che, sul piano strettamente economico è loro conteso dall'Europa, dal Giappone (ed area del Pacifico in genere), e dal tentativo di "Blocco" Russia, Cina, India, che, invece, non dispongono né dei dispositivi bellici né dell'autonomia necessari a contrastare le pretese egemoniche di Washington. In effetti una possibile chiave di lettura dell'escalation bellica degli ultimi dieci anni vede il ridimensionamento delle ambizioni degli storici "alleati" degli USA tra i non secondari scopi della smania bellicista dell'amministrazione americana.

I paesi europei, hanno negli ultimi anni assunto il ruolo sempre più ambiguo e difficile di "alleati/competitori" degli Stati Uniti e delle loro politiche guerrafondaie. Privi di una forza d'urto bellica e di una capacità di coordinamento politico efficace i paesi dell'Unione Europea si barcamenano tra il tentativo di creare un polo militare e l'affiancamento in chiave competitiva delle politiche guerrafondaie degli USA. Appare perciò risibile la pretesa propagandistica dell'europeismo democratico di costruire un polo alternativo all'imperialismo USA.

L'Italia, abbandonato il non-interventismo tipico dell'era democristiana ed il ruolo di supporto dell'imperialismo anglo-americano integrato da quello di mediazione verso il mondo arabo, ha oggi un proprio ruolo imperiale attivo nello scacchiere Europeo e mondiale, con interessi e specificità da difendere che la localizzazione mediterranea le permettono: dal nuovo protettorato in Albania agli interventi di ricostruzione nelle zone disastrate dalle guerre (Bosnia, Kossovo, Afghanistan...) alle lucrose commesse nella produzione e nello smercio di armi. Il recente riallineamento in chiave atlantica del governo di centro-destra è di fatto complementare al ruolo regionalmente imperialista dello Stato italiano, che può così tentare di contrattare la "mano libera" nei suoi protettorati in cambio del sostegno attivo alle politiche guerrafondaie degli Stati Uniti (ad esempio con l'impegno diretto assunto nella perdurante guerra in Afghanistan).

La spesa militare è perciò cresciuta su scala continentale: questo dato, in concomitanza con altri fattori insiti nell'attuale modello capitalistico di produzione, ha concorso all'erosione della spesa sociale. Di ciò fanno le spese i lavoratori, i malati, gli studenti che non possono accedere a servizi ampiamente privatizzati mentre il welfare lascia sempre più il posto al warfare.

Quella che oggi viene definita - con termine in verità generico - "globalizzazione" è in realtà una generalizzazione della miseria della classi subalterne, sia a livello planetario sia a livello regionale. La maggioranza della popolazione mondiale è nella miseria o in procinto di cadervi, persino nel cuore della metropoli capitalistica - gli U.S.A. Il caso argentino, poi, è il risultato maggiormente paradigmatico dell'applicazione della ricetta "neo"liberistica e, allo stesso tempo, la rappresentazione della visione del futuro che ci vorrebbe riservare, di là dalle sue contraddizioni interne, la classe dominante del pianeta.

In un mondo sempre più diviso tra chi ha e chi non ha, sia a livello globale, sia a livello locale, quello dell'immigrazione è divenuto uno dei tanti fronti sui quali si combatte la guerra non dichiarata dei ricchi contro i poveri.

L'Europa, con i trattati di Maastricht e di Schengen, ha stabilito il principio che la libera circolazione vale per le merci ma non per quella particolare merce che sono i lavoratori immigrati. Nei loro confronti in questi ultimi anni si sono moltiplicate le barriere sia fisiche che legislative. Il clima di intolleranza alimentato dalle destre xenofobe e razziste ha contribuito a spianare la strada a leggi che contrastano in modo netto con le pretese dell'universalismo liberale.

Nel nostro paese la legge 795/2002, la cosiddetta Bossi-Fini, che perfeziona l'impianto della precedente legge 40/2000, la Turco-Napolitano promossa dal centro-sinistra, inaugura di fatto una concezione asimmetrica del diritto, configurandosi come una vera e propria legge razzista.

Un po' ovunque sono sorti campi di detenzione per stranieri illegali. In Italia alcuni di questi centri, circondati dal filo spinato, con torrette di guardia e uomini armati a presidiarle, somigliano a dei veri lager. Lager di Stato.

Uno Stato la cui politica nei confronti dell'immigrazione si può riassumere con una semplice e micidiale formula: selezione, sfruttamento, lager, espulsione. La selezione è affidata agli scafisti: i più giovani, i più sani superano le difficoltà del viaggio, gli altri, i più deboli, i malati, gli anziani, i bambini spesso non ce la fanno e muoiono durante il viaggio. Sono le vittime anonime di una lunga strage. Una strage di Stato. Lo sfruttamento è compito dei nostri bravi imprenditori i cui profitti si accrescono grazie ad una manodopera infinitamente flessibile, poco costosa, per nulla esigente. Sempre sotto il ricatto del licenziamento i lavoratori migranti sono di fatto schiavi legalizzati. Poi arrivano i poliziotti ed i carabinieri a far piazza pulita: prima il centro di detenzione, poi l'espulsione forzata.

La piena internità dell'immigrazione alla questione sociale è resa evidente dalla dispiegata contraddizione fra bisogno da parte delle imprese di forza lavoro senza o con ridotte garanzie e diritti e le politiche xenofobe più estreme. D'altro canto l'immigrazione supplisce, nel settore dei servizi alla persona al taglio delle garanzie sociali e concorre a determinare una vera e propria ristratificazione sociale delle classi subalterne. Questa contraddizione inizia a essere consapevolezza collettiva grazie alle prime mobilitazioni dei lavoratori migranti.

A livello più complessivo, anche come reazione a decenni di politiche "neo"liberistiche, sono sorti negli ultimi anni numerosi movimenti di opposizione allo stato presente delle cose. Il movimento dei lavoratori, dopo troppi anni di acquiescenza al modello dominante, ha dato chiari segnali di un nuovo protagonismo, capace di porre un argine, almeno fino ad ora, all'applicazione delle ipotesi di riforma strutturale dei rapporti di lavoro ed all'ulteriore riforma delle pensioni, tutte cose che Confindustria aveva chiesto all'attuale Governo,

Questo rinnovato protagonismo ha dimostrato, da un lato, che solo la lotta paga, dall'altro, che questa produce anche nuovi effetti di consapevolezza, che hanno dato fiato e gambe, dopo molti anni, a richieste di discreti aumenti salariali tendenzialmente egualitari, con un'esplicita critica alle dinamiche contrattuali passate.

Da Seattle in poi, il mondo ha assistito all'emergere sulla scena politica e sociale di vasti movimenti di contro globalizzazione che, da Seattle in poi, sono balzati con prepotenza sulla scena politica e sociale. La rivolta contro la logica annichilente della merce, la rabbia per la distruzione ambientale, il crescente divario tra chi ha troppo e chi nulla sono alla radice di questi movimenti. Le tante anime dei movimenti di contro globalizzazione sono riuscite a convivere nella loro fase aurorale ma, da Genova in poi, lo scontro tra aree riformiste, fautrici di una "moralizzazione" dei processi di globalizzazione ed aree radicali, convinte dell'urgenza di una politica anticapitalista ed antistatale si è fatto sempre più aspro.

I movimenti no-global hanno fatto riemergere il protagonismo di piazza. Una piazza che ri-diviene luogo pubblico, spazio della critica e della rivolta, luogo di una presenza diretta non delegata di persone che prendono in mano la facoltà politica, fuori e contro i tragicomici teatrini della democrazia parlamentare.

È la piazza fisica nella quale si esprime la ribellione e lo scontro contro i poteri costituiti ed è la piazza virtuale nella quale si colloquia con il mondo intero. È una piazza nella quale agiscono attori diversi: da chi esprime una rivolta radicale ma nichilista come il Black Bloc, a chi insegue forsennatamente la visibilità mediatica, e, perché no, una poltrona (oggi in qualche consiglio comunale e tra qualche tempo, chissà, in parlamento). Questi movimenti esprimono oggi un disagio difficilmente riassorbibile da ambiti istituzionali, anche perché vi è l'emergere del protagonismo di giovani, precari e disoccupati.

La scelta che ha caratterizzato in questo movimento l'anarchismo comunista, sociale e federato, è sintetizzabile nello slogan "Radicali e radicati": rifuggire la spettacolarizzazione della protesta, voluta da vasti settori della piazza - bianco o nero vestiti - privilegiando, invece, il coinvolgimento nella lotta contro la globalizzazione capitalistica dei più vasti settori delle classi subalterne. Lottare, insomma, per la globalizzazione della libertà e dell'uguaglianza, non per la mera estensione di diritti formali e/o per una "moralizzazione" del sistema presente delle cose, ma senza perdere il contatto con la realtà sociale. Non a caso a Genova 2001 fummo noi a lanciare per primi la parola d'ordine dello sciopero generale contro il G8 - come strumento di critica materiale e di coinvolgimento popolare contro i potenti della terra - e fummo poi presenti al corteo operaio che si svolse il 20 luglio a Sampierdarena.

L'invito ad una lotta globale non ha solo un significato spaziale ma anche e soprattutto il senso di un movimento capace di investire con la propria capacità critica e di intervento tutti gli aspetti della vita e, soprattutto, quell'agire politico e sociale che in troppi vorrebbero ridotto a mero gioco istituzionale.

Oggi il capitalismo è divenuto a tal punto pervasivo da divenire una sorta di seconda natura per cui cade nell'oblio il suo carattere di costruzione sociale storicamente data e questo diviene non il migliore, non il peggiore, ma l'unico dei mondi possibili.

Vi sono, però, altri mondi, vi sono altre possibilità: uno spazio di libertà e di eguaglianza per ogni uomo ed ogni donna, per esempio...

[Seconda parte]


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